PERCHE’ SI DIVENTA ANORESSICHE?

Anni persi a non fare altro che lottare con la fame.

Parlare della fame.

Convivere con la fame.

Anni passati a punirmi per ogni caloria di troppo che avevo la debolezza di ingoiare.

Anni persi a mangiare e vomitare tutto…

 

Spesso mi sento domandare come sia possibile che una ragazza possa smettere di mangiare e diventare magrissima, solo pelle e ossa. Spesso la si accusa di ricercare una perfezione del corpo mostrata nelle pubblicità e sui giornali di moda attraverso diete dimagranti ed eccessiva attività fisica.

In realtà dietro i disturbi alimentari c’è molto altro che il desiderio di un corpo perfetto. Il corpo ed il cibo sono solo due strumenti utilizzati per comunicare un disagio ben più profondo.

In quest’articolo cercherò di delineare il profilo della persona anoressica dall’infanzia fino all’età adulta inserendo citazioni dal libro “Volevo essere una farfalla” in cui Michela Marzano con la sua diretta esperienza ci aiuta a vedere più da vicino questo disturbo facendoci capire i pensieri e i sentimenti di chi ne soffre.

Non esistono le anoressiche e le bulimiche. Esistono solo tante persone che utilizzano il cibo per dire qualcosa. Che non sanno più bene come e quando “aprirsi” o “chiudersi” al mondo. Che cercano solo di proteggersi perché gli altri le invadono…perché non sanno quello che desiderano…perché vorrebbero essere felici.

INCIDENZA E SINTOMI

“ Si sforzi un po’ anche se non ha fame. Un po’ di forza di volontà.” Ma la forza di volontà, ovviamente, non c’entra niente. Anzi. È proprio la forza di volontà che sostiene l’anoressia. La nutre. La asseconda. La rinforza.

Ci vuole una forza di volontà sovrumana per non mangiare nonostante la fame, per non cedere anche quando si muore di freddo, per dire quel NO definitivo, per scegliere il NIENTE, per andare avanti, per non sentirsi in colpa, per rifiutare la vita, per rinunciare alla vita…

Nell’85% dei casi l’anoressia compare tra i 13 e i 20 anni, in prevalenza tra le femmine. Il sintomo più evidente è la perdita di peso, unita al calo di temperatura corporea e scomparsa del ciclo mestruale (amenorrea).

I sintomi affinché si possa diagnosticare l’anoressia sono:

  1. Rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra o al peso minimo normale per l’età e la statura.
  2. Intensa paura di acquistare peso o di diventare grassi, anche quando si è sottopeso.
  3. Alterazione del modo in cui il soggetto vive il peso o la forma del corpo.
  4. Nelle femmine l’amenorrea: assenza di almeno 3 cicli mestruali consecutivi.

Quando assumono anche piccole quantità di cibo, le anoressiche provano forti sensi di colpa e di fallimento, dunque cercano di bruciare calorie con attività fisica intensa, s’inducono il vomito o utilizzano lassativi in modo inappropriato.

Il problema non è tanto guarire dal sintomo. Talvolta ci sono anche delle remissioni spontanee. Nel caso dell’anoressia, il sintomo è inquietante ma come ogni sintomo è soprattutto un campanello d’allarme. L’anoressia porta allo scoperto quello che non funziona nel profondo. È un’occasione per rimettere un po’ tutto in discussione.

Mangiare tutto, subito, sbriciolando il presente. Vomitando tutto, subito, annullando il passato. Non più controllo, ma paralisi. Il fascino discreto della morte. Del nulla…per punirsi di qualcosa. Vendicarsi. Ingoiare le proprie incertezze.

Vomitare rabbia a fiotti. Finchè il corpo, esausto, non ne può più…

L’atteggiamento verso di sé è intransigente, le ambizioni sono elevate e innescano un conflitto con i vissuti d’inadeguatezza. Resistere al digiuno può essere vissuto come un modo per dimostrare a se stessi forza e autonomia.

Spesso l’anoressia è accompagnata da disturbi dell’umore: le persone manifestano anche umore depresso, ritiro sociale, irritabilità, insonnia e diminuito interesse sessuale; altri sintomi sono i sentimenti di inadeguatezza, il bisogno di tenere sotto controllo l’ambiente circostante, la rigidità mentale, la ridotta spontaneità nei rapporti interpersonali.

È difficile spiegare cosa voglia dire avere paura di uscire di casa. Il pensiero ossessivo che sarebbe bello chiudere per sempre gli occhi e non svegliarsi più. La tentazione di prendere un coltello e di ferirsi…farsi male per sentire un po’ meno male…

Perché la vita non la si riesce a vedere in modo diverso. Perché sembra una prigione senza porta. Anche se la porta esiste…per gli altri…basterebbe aprirla…un semplice gesto…impossibile…perché è meglio morire che decidere di non essere più esattamente quella persona che si è fatto di tutto per essere…quella che merita di vivere…quella che ha il diritto di farlo.

Provate solo per qualche istante a pensare cosa vuol dire avere la sensazione di doversi sempre giustificare. Provate a immaginare cosa vuol dire avere il sentimento di dover fare sempre qualcosa per dare un senso all’esistenza, la certezza di non arrivarci. Che gli altri lo fanno meglio. Che voi non valete nulla, non servite a nulla, non avete alcun valore. In quei momenti, non è la morte che fa paura. È la vita. Perché la morte è solo una liberazione da quell’incubo che ti annienta…

LA FAMIGLIA

Le famiglie delle anoressiche presentano spesso determinate caratteristiche: sono rigide, iperprotettive, preoccupate del funzionamento sociale più che del benessere psicologico, contraddistinte da un rigoroso controllo e percepite come oppressive, per questo il rifiuto del cibo può essere vissuto come un modo per manifestare il proprio dissenso, distaccarsi e acquisire una propria autonomia. 

Dietro l’apparente pacatezza e sottomissione delle persone anoressiche, si cela un’aggressività repressa e una notevole frustrazione scaturita dal conflitto tra il “dover” compiacere i genitori ed essere i “bravi ragazzi” e il desiderio di autonomia. Le angosce attivate da questo conflitto sono così intense da risultare difficili da elaborare e verbalizzare, quindi finiscono per somatizzarsi, trovando nel corpo il luogo più appropriato ed evidente per esprimersi.

INFANZIA

Mi sono costruita un “falso sé” per adattarmi all’ambiente che mi circondava e sentirmi accettata. Mi sono sottomessa per sopravvivere. Mi sono organizzata per tenere a bada il mondo. “se sta bene agli altri, allora sta bene anche a me!” tutto pur di non “pesare” sugli altri. Tutto pur di non essere un “peso”.

L’infanzia solitamente è caratterizzata da ambiguità, incertezza e confusione.

L’ambiguità può essere dovuta ad una nascita indesiderata o dalla falsa credenza che il neonato possa risolvere una crisi matrimoniale.

Fin dall’infanzia, ci saranno madri che nascondono le loro insicurezze concentrandosi ansiosamente sull’alimentazione come modalità di entrare in contatto con il neonato, e padri spesso assenti e deboli, in quanto lasciano che madre e figlio restino invischiate, senza intromettersi, senza protestare per la loro posizione marginale, né impegnarsi nel facilitare la differenziazione della diade madre-figlio. Spesso il padre stesso è figlio di una madre dominante ed esigente che gli chiedeva prestazioni brillanti a scuola, lo spingeva al successo nel lavoro e nella società e dispensava il suo affetto non in modo incondizionato, ma in base ai risultati che il figlio riusciva a raggiungere.

La confusione e indefinitezza nei primi scambi di reciprocità tra neonato e genitori rende difficile, se non impossibile, sviluppare un giusto senso di amor proprio e di sicurezza emotiva interiore.

Nel proseguimento dello sviluppo le figure genitoriali si assestano nella loro indefinitezza:

  • La madre, più o meno rassegnata a un ruolo che non accetta, sacrifica le sue aspirazioni per dedicarsi al figlio e manifesta la sua ambiguità con una rabbia repressa verso il marito che critica solo quando non c’è.
  • Il padre assume nei confronti del figlio un ruolo deludente, alternando brevi presenze con lunghe assenze. Si tratta spesso di un uomo che appare sicuro e brillante con gli amici fuori casa, e che accetta, per quieto vivere e per convenienza, le provocazione della moglie.

La manifestazione spontanea di affetto è praticamente assente e si tendono a nascondere al figlio e a se stessi i problemi e le difficoltà di relazioni.

PREADOLESCENZA

Molto frequentemente si vedono figli d’oro, bravissimi a scuola, iperadeguati ai ritmi sociali della famiglia e all’educazione a loro imposta, a discapito della loro individualità e dell’esigenza di esplorazione mentale autonoma.

Anche verso le persone significative estranee alla famiglia, si tende a mostrare l’aspetto migliore di sé, sempre tesi ad adeguarsi per compiacere gli altri, ma senza una reale felicità e soddisfazione personale. A volte già in questo periodo il mangiare troppo o troppo poco, rappresenta l’unica possibilità di libera scelta. Il cibo e l’aspetto fisico diventano il campo neutro in cui il fanciullo può controllare il suo ambiente ed esporre le sue esigenze.

La ricerca di punti di riferimento in cui identificarsi si incontrano con figure genitoriali eccessivamente invadenti o troppo indefinite e presenti solo in alcuni momenti.

Si costituisce un’immagine di sé poco definita e incompleta per l’abitudine di essere anticipati nelle proprie decisioni. L’attenzione del fanciullo resta focalizzata prevalentemente su ciò che gli altri pensano e provano, alla ricerca di conferme e di giudizi esterni, che sono contemporaneamente temuti ed indispensabili.

L’anoressia è uno dei tanti sintomi di quest’assurda perfezione. Perché un’anoressica fa di tutto pur di essere impeccabile. Per mostrare di essere all’altezza delle aspettative. Per non deludere…

ADOLESCENZA

La cosa più difficile è far capire. Quella sofferenza che è dentro. Immensa. Senza fondo. Che non lascia trasparire nulla. Perché dall’esterno non si vede. Nessun segno. Nessun indizio. Nessuna spiegazione razionale. Anzi, se si guarda dall’esterno tutto va bene. Hai tutto. Assolutamente tutto. Bellezza, intelligenza, sensibilità. Una famiglia, degli amici, dei diplomi. Non sei malata. Cioè, sì, lo sei, ma nell’unico senso inaccettabile del termine, perché, per gli altri, sei tu che sei all’origine della tua malattia. Tu che non vuoi mangiare. Tu che non vuoi fare uno sforzo per uscire dal tuo mondo folle. Tu che non la smetti di lamentarti. E allora come far capire agli altri che in quel magnifico tutto manca l’essenziale? Come spiegar loro che, nonostante tutto quello che si ha, manca la semplice e banale evidenza che vivere è bello? Come trovare le parole per dire che manca la gioia. Manca la pace. Manca la forza di affrontare il mondo. Manca la voglia…perché in fondo non hai voglia di niente. Non sai quello che vuoi, quello che desideri, quello che sogni…sai solo che devi fare qualcosa…che devi reagire…che devi fare in modo che tutto torni come prima…

Nell’adolescenza, momento di cominciare a diventare consapevoli delle proprie sensazioni e delle proprie necessità e di imparare ad esprimerle, l’adolescente non riesce ad organizzarsi in modo da sentirsi padrone delle proprie sensazioni ed azioni, a raggiungere un senso di padronanza del proprio corpo.

La famiglia non riesce a sopportare la presenza di un figlio adolescente. Al naturale cambiamento del figlio, una famiglia rigidamente basata sul controllo, si incentra sul tentativo di intrusione, per controllare il pensiero del figlio che potrebbe destabilizzare l’equilibrio della famiglia. Anticipa quindi costantemente al figlio come stanno e come andranno le cose nel mondo, tendendo a definire i suoi sentimenti e cercando di sostituirsi ai suoi sistemi di rappresentazione, aspettative e dialoghi interni.

Il genitore si occuperà dell’aspetto fisico del figlio e del suo rendimento scolastico ma non dei suoi pensieri e dei suoi problemi.

Si prova una sensazione di VUOTO INTERNO: dare a questa sensazione il riconoscimento di fame, permette di tornare ai soli problemi ben conosciuti e gestibili in famiglia, evitando il rischio di riflettere su ciò che è successo o sta succedendo e di sottoporsi alle aspettative di ulteriori giudizi, delusione ed incomprensioni.

Inizia una vera e propria strategia intorno all’alimentazione. Le aspettative di rifiuto (soprattutto da parte del padre) provocano un disorientamento e sensazioni di vuoto che si colmano con mangiate eccessive tipiche della crisi bulimica. Ci si preoccupa del peso tutto il giorno. Il proprio aspetto fisico diventa il modo per evitare il giudizio degli altri o confermarsi l’incomprensione. Le diete o i grandi digiuni provocano le attenzioni degli altri sul proprio fisico senza fornire l’accesso al mondo interiore.

Ci è voluto tanto tempo per imparare ad andarmene e a dire di “no”. Mentre capivo che dietro l’anoressia e tutto il resto c’era sempre la stessa storia. Il bisogno di essere accettata. Il terrore di non esserlo. Essere disposta a tutto, anche a farmi del male da sola, pur di sentirmi importante per l’altro.

Le persone anoressiche sono terrorizzate dal GIUDIZIO degli altri; questo problema provoca la tendenza ad evitare contesti dove con più probabilità, si possono incontrare persone che mettono soggezione, ma la necessità di essere definiti da persone importanti, rende prive di interesse le situazioni in cui non c’è più nulla da scoprire o temere.

Quando, in contesti importanti, è richiesto un proprio parere, queste persone tendono a conformarsi con quello degli interlocutori, a ridire cose già dette, ad esprimersi per luoghi comuni.

Quando il pericolo di esporsi diventa estremo la tendenza è quella di difendersi con l’aspetto fisico, soprattutto nel sesso femminile. L’attenzione sul proprio peso evita la pericolosa definizione di sé.

Mi ero convinta che se fossi riuscita a diventare leggera come una farfalla, tutto sarebbe andato a posto. Sarei diventata forte, indipendente, libera. E non avrei mai più avuto bisogno di nessuno.

 

FONTE: Volevo essere un farfalla di Michela Marzano

Sistemi cognitivi complessi e psicoterapia di Mario Antonio Reda

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